politica estiva uno

18 Agosto 2009

Non solo chiacchiere di ferragosto, in politica: c’è una scadenza a breve termine (le elezioni amministrative in primavera), e manovre in preparazione alla successione a Berlusconi (quando Dio vorrà).

In breve: Fini sta facendo l’anti-Lega, proponendosi come punto di riferimento per una destra “laica e moderna”, che si vuole distinguere da quella espressa dal PdL adesso al governo; una destra, quella finiana, che non si sarebbe mai occupata di Eluana Englaro, che non vuole parlare della Ru486 in parlamento, e che si propone al tempo stesso in difesa degli immigrati e dell’Unità di Italia.

Per chi non ha seguito i giornali, ricordiamo che un deputato strettamente finiano come Fabio Granata, insieme ad un suo collega del PD, Sarubbi, si è fatto capofila di una proposta di modifica dell’attuale legge, per concedere agli stranieri la cittadinanza italiana in tempi più brevi che adesso (5 anni anziché 10) e con modalità differenti, per esempio privilegiando gli stranieri nati in Italia. Fini si è fatto poi grande sponsor dell’Italia unita, fin da un convegno dello scorso anno promosso alla Camera, sulla Grande Guerra.

Le polemiche sul programma per i prossimi festeggiamenti per i 150 anni dall’unità d’ Italia, nel 2011, nate da un editoriale di Galli della Loggia sul Corriere, hanno coinvolto diversi politici e intellettuali, ma si sono snodate essenzialmente intorno agli interventi di Galli della Loggia e di Alessandro Campi, Direttore Scientifico di FareFuturo, la fondazione di Fini.

L’immagine di Gianfranco Fini e della sua fondazione è stata insomma curata sapientemente e in tutti i suoi dettagli sui media ed in rete (basta guardare l’attività della Presidenza della Camera in Internet), fino alla recente, definitiva santificazione di Fini da parte dell’Espresso, con un articolo a dir poco entusiasta a firma di Marco Damilano.

Una destra finiana che piace molto al Pd, e che sta facendo le lontananze – ma non tanto – con l’Udc.

E già: questa Udc, quanto silenzio – a parte Buttiglione, che però fa storia a sé – dopo che Fini ha detto che della Ru486 in parlamento non se ne parla….

Pierferdinando Casini, si è messo a volantinare in spiaggia sulle politiche per la famiglia, ha parlato anche lui in favore della cittadinanza “veloce” agli immigrati ed è stato critico nei confronti della Lega, ma sulla uscita di Fini che non vuole parlare in Parlamento della Ru486 non ha detto né a né ba, e, fatalità, nessuno gli ha chiesto stavolta di quale delle sue due famiglie volesse parlare, come invece hanno fatto tutti fino alla nausea quando P. Casini partecipava al Family Day.

Sia chiaro: sono la prima a dire che le questioni personali non devono diventare oggetto di battaglia pubblica, e ho sempre difeso e continuerò sempre  a difendere P. Casini quando gli si vuole tappare la bocca sulla famiglia prendendo a pretesto il suo divorzio. Ma è alquanto strano che un giornale come Repubblica, che da tre mesi fa una feroce campagna stampa contro la vita personale di Berlusconi, solo adesso, fatalità, non abbia neanche un pizzico di ironia sulla battaglia di P. Casini sulla famiglia….due pesi e due misure, insomma.

Insomma: tutti pazzi per Fini, tutti contro la Lega, e un occhiolino all’UdC.

una terza via per Fini? Boh....

8 Agosto 2009

Tutti pazzi per Fini. Questo par di capire, a leggere testate fino a ieri insospettabili.

Sul Foglio del 4 agosto – ma da tempo il Foglio tira la volata a Fini – leggiamo increduli: “così il Presidente Fini, stabilizzatore culturale, tenta un “disarmo ideologico” sulla bioetica”, è il titolo di un pezzo entusiasta che inizia così: “Smilitarizzare il confronto parlamentare sul fine vita, mediare con il mondo cattolico e allontanare l’immagine laicista che suo malgrado (suo malgrado, sì, hanno scritto proprio così) gli è stata cucita addosso negli ultimi anni, specie dopo il referendum sulla legge 40”.

E Libero conferma: “Disarmo ideologico sui delicati temi di bioetica, con l’invito a evitare qualsiasi posizione da “crociata”. Dunque, nessuna contrapposizione con le gerarchie ecclesiastiche, così come in molti hanno voluto interpretare (hanno voluto interpretare, sì, hanno scritto proprio così)”

Cioè, abbiamo tutti interpretato male in questi anni? Quattro sì al referendum sulla 40, no al testo Calabrò, Eluana bene così: insomma, avevamo tutti quanti malcapito? Un enorme malinteso nella penisola intera?

Sul tema del giorno, la pillola abortiva, il Foglio addirittura implora: “Fini dica qualcosa sulla Ru486 – La nuova laicità del Presidente della Camera non può eludere il tema”.

E Fini risponde oggi: “'E' originale pretendere che il Parlamento si debba pronunciare sull'efficacia di un farmaco”, e ancora “'Ognuno  ha le sue opinioni e io ho le mie, ma non e' motivo di dibattito politico. C'e' un'agenzia del farmaco, ci sono le linee guida del governo, non vedo cosa c'entri il Parlamento”.

Gasparri, capogruppo PdL al Senato, che aveva proposto per primo un’iniziativa parlamentare, ha già replicato, con molto rispetto nei confronti di Fini, che il Parlamento se vuole le indagini le fa perché è legittimato a farle, e sulla Ru486 le farà.

E che dirà adesso Il Foglio, sulla nuova laicità di Fini? Un malinteso pure questo sulla Ru486? Un disarmo ideologico? Una terza via?

Il malinteso ci sembra invece quello dell’amico Giuliano Ferrara, che si ostina a non vedere che proprio con il caso Englaro è finita l’anarchia etica dentro il PdL, ed è emersa, fra le sue molte anime, una direzione ben precisa, quella sì, di una nuova laicità, con al centro la persona.

E a proposito del fine vita, quale sarebbe la mediazione di Fini? Fra il divieto di sospensione di alimentazione e idratazione, come è scritto nel testo Calabrò approvato al Senato, e la possibilità invece di sospendere alimentazione ed idratazione, come vorrebbe l’opposizione, quale sarebbe la via di mezzo?

Si dà l’acqua, ma poca? Oppure si riducono le calorie? O magari un giorno solo si beve, quello dopo si mangia e basta, così a giorni alterni? O forse la terza via è fra quello che Fini pensava qualche anno fa, e quello che pensa oggi?

Ancora non è dato sapere. Aspettiamo con ansia l’autunno.

Intanto ieri l’Unità è andata al sodo e ha spiegato: “Bioetica, Fini prepara la campagna d’autunno per sparigliare il PdL”. Insomma, il tempo fatto passare fra l’approvazione del testo Calabrò sul fine vita al senato, e l’inizio del dibattito alla camera, è stato usato da Fini per costruire un suo percorso dentro il PdL alternativo a quello emerso per il caso Englaro e al Senato per il fine vita, che comprende parlamentari come ad esempio il radicale Benedetto Della Vedova, tanto per capirci, che vorrebbe tanto per l’Italia una legge sul fine vita tipo quella tedesca.

 Vedremo come andrà a finire.

Intanto all’amico Ferrara chiediamo di tenere duro e di non cedere alle attrattive, ingiustificate, di una possibile nuova, terza via su queste tematiche: la posizione di Fini è tanto legittima quanto chiara.

su Berlusconi si e su Vendola no

8 Agosto 2009

Dopo più di tre mesi di pagine e pagine di attacchi di una volgarità e violenza inaudita da parte di Repubblica nei confronti di Berlusconi – per dare un’idea, oggi si poteva leggere, testuale: “A incontrarlo al bar, un bauscia di questa incontinenza (bauscia è bava, saliva: e anche il bavante, il salivante, il moccioso) si chiederebbe al barista di azzittirlo o allontanarlo, ma quel bauscia è il nostro capo del governo” – dopo mesi in cui grazie a Repubblica la stampa internazionale ci ha vomitato addosso tutta la anti-italianità che ci è ben nota, dopo mesi in cui Repubblica ha cercato in tutti i modi di far condannare Berlusconi dai vescovi (quando da sempre, per definizione, Repubblica attacca gli stessi vescovi un giorno sì e l’altro pure perché si impicciano troppo della vita privata della gente), insomma, dopo questi mesi pieni di tutti questi avvenimenti, si è giunti a una conclusione: probabilmente  – diciamo “probabilmente” perché pure Beppe Grillo ha espresso i suoi dubbi sulle registrazioni della D’Addario, e ho detto tutto – Berlusconi, a casa sua, ha avuto un rapporto sessuale con una donna di 42 anni, consenziente.

L’aggravante sarebbe quella che in altre sue case – personali – da anni dà periodicamente delle feste, a cui sono invitate anche belle donne.

Tutto qua.

Non è manco adulterio, visto che è separato nei fatti da sua moglie da diversi anni, e sua moglie sta da altrettanti anni con la guardia del corpo.

Intanto oggi il governatore della Puglia Nichi Vendola, ex- Rifondazione e adesso Sinistra e Libertà,  ha attaccato in una durissima lettera il magistrato che sta indagando sulla corruzione della sua giunta regionale, insinuando anomalie nell’inchiesta stessa e attaccando, tra l’altro “l’incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta”.

 Vendola parla di “una campagna politica e mediatica che mira a colpire la mia persona pur non essendo accusato di nulla”.

E Felice Casson, un ex magistrato passato alla politica, ovviamente nel Partito Democratico, dichiara “Vendola non è indagato ma, nonostante questo, tutte le mattine è sui giornali. Non essendo indagato, nel processo non può difendersi e quindi comprendo la sua esasperazione”.

Ma va’? Ma chi l'avrebbe mai detto? Una tale crudeltà, mai vista prima! Ma pensa un po’…. il povero Vendola, povero Vendoluccio nostro, tutti i giorni sui giornali senza uno straccio di accusa, insomma, che figura, che dolore, c’è da protestare, e pure forte, e pure tanto …. mica è Berlusconi, lui, che lo si può massacrare gratis sulla stampa di tutto il mondo perché è andato a letto a casa sua con una donna di 42 anni, consenziente.

Nel frattempo, nel Pd si guardano l’ombelico e parlano fra loro sul futuro del partito, in attesa delle primarie e del congresso. Chissà perché qualcosa ci dice che non andranno lontano.

arriva la Ru486

31 Luglio 2009

L’Aifa, l’ente di farmacovigilanza italiano, ha deciso che la pillola abortiva Ru486 sarà utilizzata in Italia, come nel resto d’Europa. E’ scoppiato un putiferio, segno che le coscienze non sono ancora andate in letargo.

Qua la mia intervista al Sussidiario.

Qui l’intervista a Eugenia Roccella su L'Osservatore Romano.

Qua l’interrogazione parlamentare che ha fatto Cossiga, una sintesi della situazione.

E infine qui la lettera che il Ministro Sacconi ha scritto all’Aifa, nella quale chiede indicazioni certe perché l’uso sia conforme alla legge 194 (e non si vada a finire, come nel resto del mondo, con l’aborto a domicilio).

Staremo a vedere.

interpellanza Cossiga sulla Ru486

31 Luglio 2009

ABORTO: INTERPELLANZA COSSIGA SULLA RU486

Roma, 30 lug. (Adnkronos) - Il presidente emerito Francesco Cossiga ha firmato una interpellanza al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali sulla commercializzazione della Ru486.  

"Vista la richiesta di immissione in commercio nel nostro paese del mifepristone (MIFEGYNE) , principio attivo della Ru486, la cosiddetta pillola abortiva, mediante procedura di mutuo riconoscimento; visto che la procedura abortiva per via farmacologica richiede almeno quindici giorni per essere completata", si legge nel testo del documento."Considerato che secondo la letteratura scientifica accreditata (v. ad es. Spitz et al. N Engl J Med 1998; 338, 1241-1247) si stima che il 5% delle donne abortisca fra il primo e il terzo giorno, che l'80% abortisce entro le 24 ore dopo la somministrazione del secondo farmaco, in terza giornata, che un successivo 12-15% abortisce nei quindici giorni successivi, e che un 5-8% dovra' sottoporsi comunque successivamente a revisione delle cavita' uterina per aborto incompleto o non avvenuto, e che comunque il metodo farmacologico intrinsecamente presuppone l'incertezza sul momento dell'espulsione", considerato che l'efficacia della procedura medica (92-95%) e' minore rispetto a quella dell'aborto chirurgico (>99%)".

"Tenuto conto quanto dichiarato nella relazione sulla Legge 22 maggio 1978, n.194, Norme per la tutela sociale della maternita' e sull'intrerruzione volontaria della gravidanza, testo pubblicato a cura della redazione internet del Ced della Corte Suprema di Cassazione Legge 22 maggio 1978 n. 194 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 22 maggio 1978) norme per la tutela sociale della maternita' e sull'interruzione volontaria della gravidanza, testo pubblicato a cura della redazione internet del CED della Corte Suprema di Cassazione Legge 22 maggio 1978 n. 194 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 22 maggio 1978) norme per la tutela sociale della maternita' e sull'interruzione volontaria della gravidanza presentata in Parlamento il giorno 28 luglio ultimo corrente".  

"E' evidente la discrepanza fra l'uso, segnalato, che si fa di prassi di questa procedura abortiva, e quello consigliato da due diversi pareri del Consiglio Superiore di Sanita'; in particolare, secondo il parere del 18.3.2004 'i rischi connessi all'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti alla interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene in ambito ospedaliero'. Tra le motivazioni addotte c'e' 'la non prevedibilita' del momento in cui avviene l'aborto', e 'il rispetto della legislazione vigente che prevede che l'aborto avvenga in ambito ospedaliero'"."Secondo il successivo parere del 20.12.2005 'l'associazione di mifepristone e misoprostolo deve essere somministrata in ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla predetta legge e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto'. Considerato l'uso di antidolorifici nel corso della procedura medica, per la dolorosita' del metodo; considerato che secondo la recentissima letteratura scientifica ( M. Fjerstad et al. New England J. of Med. 2009, 391, 145-151 ) viene ritenuta necessaria anche una terapia antibiotica per diminuire il rischio di gravi infezioni; tenendo conto che secondo la letteratura del settore (P. Slade et al., Br. J.Obstetr. Gynaecol. , 1998, 105, 1288-95 ) , piu' della meta' delle donne dichiara di aver riconosciuto l'embrione abortito durante la fase di espulsione".

"Considerando che e' la donna stessa a gestire la procedura abortiva, che nelle due settimane di durata media presentera' perdite di sangue che lei stessa deve stabilire essere 'normali' o 'emorragiche', per un'eventuale ricorso di urgenza in ospedale; tenuto conto dei numerosi effetti collaterali che richiedono un follow up preciso e costante dell'intera procedura, soprattutto riguardo al controllo dell'effettiva espulsione dell'embrione dall'utero e del completamento dell'aborto; considerato che secondo la letteratura scientifica del settore ( MF Greene, New Engl. J. Med. 2005, 353, 2317-8 ), la mortalita' per aborto chimico e' dieci volte superiore a quella di aborto chirurgico".  

 "Considerato che ancora e' sconosciuto il motivo dell'elevata frequenza di gravi infezioni, soprattutto di quella mortali dovute a Clostridium Sordellii; tenuto conto delle ultime notizie dalla stampa, che riferiscono di un dossier riservato della casa farmaceutica Exelgyn, con la segnalazione di 29 morti a seguito di somministrazione della Ru486, morti delle quali l'opinione pubblica non era a conoscenza"."Considerata l'esistenza di un carteggio in corso fra gli esperti del ministero e e dell'Aifa, circa questioni inerenti alle problematiche suddette", Cossiga si chiede "se si ritiene che il metodo abortivo farmacologico in argomento sia intrinsecamente compatibile con la legge 194", "come si pensa di garantire la sicurezza delle donne se, come indicato da quanto riportato nella relazione al parlamento, la prassi diffusa e' quella del ricovero in day hospital, contrariamente a quanto indicato dai pareri CSS, prassi da cui consegue che non ci sarebbe parita' di rischio fra metodo chirurgico e farmacologico".

"Se, visto quanto sopra detto, il metodo abortivo farmacologico rientra nella legge 194, rispetto all'art.15, che parla di 'uso delle tecniche piu' moderne, piu' rispettose dell'integrita' fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza'; "quali siano i costi di un aborto medico, effettuato in regime di ricovero ospedaliero per tre giorni almeno, e comunque sino ad espulsione avvenuta, rispetto a quelli di un aborto chirurgico", "se non ritenga necessario fare chiarezza sulle notizie relative alle morti, rendendo pubblici il dossier della Exelgyn e il carteggio fra il Ministero e l'Aifa".
 

L'Osservatore Romano intervista Eugenia Roccella sulla Ru486

31 Luglio 2009

L’Osservatore Romano 31.7.2009

I dubbi di Eugenia Roccella sull'applicabilità del protocollo

 

La pillola Ru486

è incompatibile

con la legge sull'aborto

 

di Marco Bellizi

La commercializzazione della pillola abortiva Ru486 comporta forti dubbi di incompatibilità con la legge 194, che in Italia regola fra l'altro l'interruzione volontaria di gravidanza. E sembra contrastare con due pareri che il Consiglio superiore della sanità ha già espresso circa i rischi di somministrazione della pillola stessa. In tali pareri si affermava che i rischi per la salute della donna sono analoghi in caso di aborto chirurgico e di aborto chimico solo se in quest'ultimo caso viene garantito il ricovero ospedaliero. Circostanza praticamente impossibile da rispettare. Lo conferma a «L'Osservatore Romano» il sottosegretario al ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Eugenia Roccella, che alla vigilia della decisione dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) di commercializzare la pillola aveva richiamato l'attenzione sulle 29 donne morte a seguito dell'assunzione della Ru486. Alle quali fra l'altro andrebbero aggiunte le altre due decedute dopo l'assunzione della seconda pillola, che, contenendo prostaglandina, induce gli spasmi della gravidanza e l'espulsione del feto. «Mi chiedo — dice il sottosegretario — come  farà l'Aifa a garantire l'applicazione del protocollo. L'aborto attraverso la Ru486 è un metodo intrinsecamente domiciliare ed è difficile ricondurlo alla legge 194. Su questo punto chiederemo chiarimenti. Dove questa incompatibilità si è già verificata, come in Francia, alla fine la legge sull'aborto, che era molto simile a quella italiana, è stata modificata». In base al protocollo dell'Aifa si dovrebbe poter verificare dunque che la donna rimanga in ospedale per il periodo di tempo previsto. In alcune regioni italiane, come l'Emilia Romagna, la somministrazione della Ru486 avviene invece in day hospital. «E nel 90 per cento dei casi, da prassi, le donne vengono rimandate a casa», rivela il sottosegretario. È bene precisare che, una volta assunta la pillola, l'aborto può completarsi anche dopo 15 giorni. In qualche caso più raro anche oltre. E naturalmente in qualsiasi momento, a loro rischio, le donne possono firmare per uscire dall'ospedale.

L'aborto procurato con la pillola Ru486 non è, secondo le ricerche, meno invasivo dell'aborto chirurgico, né meno pericoloso. Anzi. Sempre più frequentemente all'assunzione della prima pillola e della prostaglandina fa seguito l'assunzione di routine di antibiotici, per l'insorgenza di infezioni maggiori, e di antidolorifici. C'è inoltre il rischio che la paziente, una volta a casa, possa sottovalutare la pericolosità dei sintomi che accusa.

Per le donne, sostanzialmente, si tratta di un passo indietro nella tutela della salute. Non a caso — spiega il sottosegretario Roccella, che nel 2006 ha pubblicato insieme con Assuntina Morresi il libro La favola dell'aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru486  (Milano, Franco Angeli) — «le prime a battersi contro l'uso della Ru486 negli Stati Uniti sono state delle femministe».

E lo stesso accade in molte parti del mondo, anche in luoghi dove di solito non si accusa lo Stato di essere condizionato dalle autorità religiose. Critiche alla pillola abortiva si registrano in Australia. Movimenti femministi sono stati attivi in Germania e in Gran Bretagna (dove fra l'altro si sono registrati cinque dei 29 decessi dovuti alla Ru486).

Non si tratta, dunque, di uno scrupolo tutto italiano. In Italia, però — ricorda Roccella — «abbiamo dei buoni risultati riguardo al numero degli aborti, che è in calo. E sono in calo anche fra le minorenni. Ho i miei dubbi che la decisione dell'Aifa vada nella stessa direzione. Il pericolo che si voglia aprire con questa decisione un altro fronte, che ha come obiettivo la 194, c'è. La promozione della pillola è stata tutta politica, tutta basata sul fatto fra l'altro che si tratta di un metodo meno invasivo e meno doloroso, quando invece tutta la letteratura scientifica dimostra il contrario. Noi abbiamo fornito all'Aifa tutta la documentazione che ci aveva trasmesso la ditta produttrice affinché valutasse tutto. La risposta dell'agenzia non ci ha soddisfatto, perché rimangono delle zone oscure sulle quali continueremo a chiedere chiarimenti al comitato tecnico-scientifico. Però solo l'Aifa in presenza di novità può tornare sulle decisioni prese. E in base a quanto ci hanno risposto le 29 morti non erano per loro una novità».

Ignazio Marino e gli squarci inaspettati della politica...

24 Luglio 2009

Un mio carissimo amico di recente mi ha detto che la bellezza della politica è quando all’improvviso, come accade con una scoperta scientifica, si aprono squarci inaspettati. Le intelligenze si uniscono, le coscienze si allertano, gli animi si risvegliano. E’ l’inizio del discorso di Ignazio Marino - il chirurgo delle interviste agiografiche, il chirurgo buono con lo sguardo che guarda lontano -  per la presentazione del suo programma come candidato segretario per il Partito Democratico. E in effetti stamattina uno squarcio inaspettato si è aperto, e pure qualche coscienza dovrebbe essersi allertata: sul Foglio è stata pubblicata una lettera in cui si spiega che nel 2002 Marino è stato allontanato da uno dei più importanti centri trapianti d’Europa, l’ISMETT di Palermo, e soprattutto dall’University of Pittsburgh Medical Center (UPMC), perché accusato di irregolarità amministrative, cioè di aver percepito rimborsi spese doppi, per circa ottomila dollari.

Niente fuga di cervelli, insomma, per l’addio di Marino all’Italia nel 2002, ma un episodio abbastanza imbarazzante, soprattutto per un personaggio che si presenta come bandiera della legalità e della moralità.

E oggi su Marino è calato il gelo: neanche uno straccio di agenzia, neanche l'ombra di un comunicato, da stamattina fino alle 14.31, quando Mario Adinolfi - non proprio un big nel PD – dà la sua solidarietà al chirurgo. Bisogna poi aspettare fino alle 16.00 per un comunicato dello stesso Marino, che annuncia solennemente la sua intenzione di … cambiare l’arredamento della sede del Pd se verrà eletto segretario. Vuole comprare un tavolo rotondo, per far partecipare tutti.

Il novello cavaliere della tavola rotonda un quarto d’ora dopo può leggere una dichiarazione di Bersani, che dà la sua solidarietà, ma senza troppo entusiasmo: “Non so se lui risponderà o vorrà precisare ma per come l'ho conosciuto voglio ribadire la mia stima”.

E poi basta. Dal resto del Pd, silenzio di tomba. Niente, niet, nisba. Tutti zitti, nel partito, ma zitti pure quelli di Micromega, che lo amano tanto , e muto è stato pure quel Beppino Englaro che Ignazio Marino ha definito un “eroe civile”, che è entrato apposta nel Pd per sostenere il chirurgo e che fino a ieri si è spellato le mani per applaudirlo.

In rete cresce l’agitazione dei “sottomarini” – così si chiamano i suoi sostenitori – che gli chiedono disperatamente di smentire: un po’ difficile, visto che la lettera in questione è controfirmata dallo stesso Marino, che quindi l’ha condivisa, a suo tempo. Ma finalmente, alle otto di sera Marino riesce a rispondere in merito, e tira fuori dal cassetto una lettera con cui il suo avvocato avrebbe smentito quella dell’UPMC.

Certo che dodici ore per trovare la lettera di smentita sono un po’ tantine…evidentemente il chirurgo aveva tanto da fare oggi, e prima di stasera non ha avuto tempo di pensare a queste sciocchezzuole.

Vedremo domani cosa ci diranno i giornali.

Certo, se noi fossimo maligni –ma non lo siamo – penseremmo che non è un caso che questa faccenda sia venuta fuori proprio il giorno dopo la sua candidatura alla guida del Pd. Candidatura vivamente sconsigliata da tanti “compagni” del Pd.

Se fossimo veramente cattivi, ma proprio cattivi – ma noi non lo siamo – ci ricorderemmo dei metodi del vecchio PCI per far fuori gli avversari.

E se la cattiveria aumentasse, e diventasse malvagità – sarà il caldo a fare certi effetti – allora penseremmo che la candidatura di Marino rompe le uova nel paniere – tanto per ricordare qualcosa di rotondo – innanzitutto al candidato Bersani, che non si può certo far superare a sinistra sul tema della laicità.

La candidatura di Marino ha terremotato tutti gli equilibri nel Pd, spostando l’asse della competizione per la segreteria verso un laicismo e una radicalizzazione alla Micromega, che poi inevitabilmente fa perdere consensi al partito. Il Pds-Ds-Pd ha dato tanto spazio a laicismo e antiberlusconismo, troppo spazio, e di questo rischia di morire.

La “scoperta” della lettera pubblicata oggi potrebbe essere l’estremo tentativo di ciò che resta del Pd, di evitare una destabilizzazione irrecuperabile, una sterzata che allontanerebbe altri elettori, che non si riconoscono nella deriva radicale impersonata da Marino. Ma non sarà troppo tardi, per loro?

Caritas in veritate

13 Luglio 2009

Il Riformista 8 Luglio 2009

 

DOTTRINA SOCIALE E DIFESA DELL’UOMO

di Eugenia Roccella

 

 

La politica tende a ridurre le mille sfumature che differenziano la grande e multiforme famiglia cattolica, comprimendole in due sfere separate: l’etica del sociale e l’etica della vita. Lo schema segue le grandi semplificazioni generalizzanti, come la distinzione tra laici e cattolici, destra e sinistra; in questo caso, o si privilegia la difesa della vita, e si sta più a proprio agio con il centrodestra, o il terreno del sociale, e si pende a sinistra. Ci possono essere sovrapposizioni e accavallamenti, ma in genere si appartiene all’una o all’altra tribù, che ha il proprio linguaggio, i propri temi privilegiati. Sempre di "ultimi" si tratta: i più fragili, e dunque gli embrioni, i non ancora nati, i disabili estremi, i malati gravi; oppure gli ultimi nella scala sociale, i poveri, gli immigrati, i rifiutati, i bisognosi. L’enciclica "Caritas in veritate" fa piazza pulita di questa distinzione, affermando, con la forza di un pensiero straordinariamente limpido, che «la questione sociale è diventata integralmente questione antropologica».

 

Il rischio all’orizzonte è la fine di qualunque forma di umanesimo, forse persino la fine dell’umano tout court, grazie alla manipolazione non solo della biologia umana e del corpo, ma delle relazioni fondamentali, come quelle tra genitori e figli, e all’indebolirsi di quei rapporti che, attraverso la gratuità e il dono, affermano la fratellanza e l’uguaglianza tra persone.

È un rischio che la politica fatica a leggere, perché sempre troppo coinvolta nel presente, nelle urgenze del momento, mentre la Chiesa, che ha uno sguardo che oltrepassa la contingenza storica, da anni lancia l’allarme, insistendo, come ha fatto il cardinale Ruini, sulla questione antropologica, e non soltanto sulla tutela della vita.

 

Il Papa è chiarissimo: l’enciclica sociale di Paolo VI, la "Populorum progressio", e il concetto di sviluppo su cui fa perno, va integrato con l’"Humanae vitae", e bisogna ricordarsi che «il primo capitale da salvaguardare è l’uomo, la persona nella sua integrità». Non c’è vero sviluppo senza «apertura alla vita», senza combattere la cultura del «disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero», e che promuove una «concezione meccanicistica» della vita umana.

«Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l’indifferenza caratterizza perfino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è?». Questa è la domanda che la politica, tutta, deve porsi, se vuole attrezzarsi per affrontare le nuove disuguaglianze che si prospettano, che già si stanno creando.

 

Asimmetrie sociali che derivano, per esempio, dall’idea che il corpo e le sue parti siano oggetti materiali, a disposizione del mercato, di cui si possono stabilire i diritti di proprietà. Non parlo solo dell’angosciante questione degli embrioni crioconservati, vite umane sospese tra l’essere e il non essere, ma anche dei molti problemi posti dall’utilizzo di cellule e tessuti, sia conservati per uso personale che a fini di ricerca; o ancora dalla possibilità di produrre farmaci su misura del singolo paziente, e dai nuovi pericoli di disparità di accesso che emergeranno.

Parlo di un mercato del corpo che già esiste, ed è l’altra faccia dei diritti individuali reclamati da alcuni: per esempio la vendita e il traffico di ovociti, problema inseparabile dalla fecondazione eterologa, di cui costituisce il versante commerciale negato.

Potrei citare l’esistenza di una rete internazionale di biobanche private, pronte a coprire ogni offerta possibile, da quella di embrioni belli e fatti (perché fare la fatica di sottoporsi ai trattamenti di fecondazione artificiale, quando si può avere il prodotto semilavorato?) a quella della conservazione delle staminali del cordone per uso autologo, ampiamente pubblicizzata nonostante la comunità scientifica sia concorde nell’affermare che ad oggi non c’è alcun vantaggio concreto per chi lo fa.

Solo il mistero della Creazione, che non si lascia penetrare così facilmente, ci ha salvato dalla produzione di ibridi uomoanimale, consentita dall’apposita Authority inglese, ma fallita nei laboratori; e saranno forse i risultati poco felici della diagnosi preimpianto a impedire che il nuovo eugenismo prenda piede, stabilendo nei fatti, oltre ogni proclama della Convenzione Onu sulla disabilità, che chi è imperfetto non ha diritto a nascere, e che una vita con qualche disabilità non è degna di essere vissuta.

 

«Il problema dello sviluppo è strettamente collegato anche alla nostra concezione dell’anima dell’uomo» si legge nella "Caritas in veritate". La tensione verso la felicità, richiamata nella Costituzione americana, presuppone la capacità umana di guardare verso l’alto, come diceva Simone Weil, e non solo in avanti.

libertas ecclesiae e dintorni

4 Luglio 2009

“Gli illuministi non volevano abolire i valori cristiani [ ….] ma non volevano seguire la Chiesa, non volevano continuare a riconoscere Cristo come decisivo per la vita. Allora difendevano i frutti che Cristo aveva portato separandoli dall’origine; hanno voluto fare un cristianesimo senza Cristo, difendendo i valori cristiani a prescindere dalla fonte, dalla sorgente di questi valori”. E’ uno stralcio da Romano Guardini, citato da Don Carròn, per spiegare che non hanno senso le battaglie sui “valori” di per sé – la vita, la famiglia – se non se ne afferma l’origine e il significato.

E’ profondamente vero, ed è il motivo per cui, per esempio, non abbiamo seguito l’amico Giuliano Ferrara quando alle scorse elezioni politiche ha presentato la lista contro l’aborto, pur condividendone - ovviamente – lo scopo: non sono i discorsi sulla sacralità della vita che fanno cambiare idea ad una donna decisa ad abortire.

Noi chiediamo innanzitutto la libertas ecclesiae, la libertà della Chiesa di esistere, e usiamo questo come criterio per scegliere, ad esempio, quale partito votare o quali candidati scegliere alle elezioni.

Ma dobbiamo capire bene cosa significa adesso, ai nostri giorni, chiedere la “libertas ecclesiae”, nel nostro paese, altrimenti rischiamo di equivocare quanto detto finora.

Alcuni miei amici dicono che Libertas ecclesiae significa poter costruire le nostre opere – dalle scuole, al Banco Alimentare, al Meeting – per fare esperienza e testimoniare la bellezza dell’incontro fatto.

Ma allora dovremmo anche ammettere che se domani, ad esempio, la Corte Costituzionale consentisse anche la diagnosi preimpianto degli embrioni, o la fecondazione eterologa, per le nostre opere non cambierebbe niente: ci sarebbe lo stesso il Meeting, faremmo ugualmente la Colletta Alimentare, le nostre scuole continuerebbero ad esistere.

E d’altra parte nella Spagna di Zapatero l’introduzione del matrimonio omosessuale non ha impedito certo ai cattolici di andare in piazza – ci sono andati a milioni – ai vescovi di parlare, ai movimenti e alle famiglie cattoliche di esistere e di operare, di continuare ad esempio le loro opere di carità.

Quindi leggi di questo tipo non impediscono la libertas ecclesiae, se con questa espressione si intende semplicemente la possibilità di costruire le nostre opere, e testimoniare pubblicamente.

Allora, le possibilità sono due: o questi fatti nuovi (fecondazione artificiale, etc.) non hanno niente a che fare con la libertas ecclesiae, e quindi possiamo ignorarli ed andare avanti sulla nostra strada – e allora tutte le conferenze episcopali del mondo stanno sbagliando – oppure dobbiamo chiederci se abbiamo capito cosa significa libertas ecclesiae.

Libertas ecclesiae significa la possibilità che ognuno incontri Cristo, nell’esperienza del popolo cristiano, cioè che abbia la possibilità di vivere l’appartenenza alla Chiesa. Per fare questo incontro dobbiamo innanzitutto poter paragonare quel che ci accade con le nostre esigenze ed esperienze elementari, con quello che chiamiamo cuore.

Ma per la prima volta nella storia dell’umanità – per la prima volta, è bene sottolinearlo – sta accadendo qualcosa di totalmente nuovo: si stanno sovvertendo tutte le categorie fondamentali dell’esperienza elementare. Si sta distruggendo l’umano nelle sue fondamenta.

Un esempio: in Spagna qualche settimana fa è stata data la notizia di due donne lesbiche che, sposate fra loro, hanno avuto due figlie. Ognuna  delle due ha donato i propri ovociti all’altra, con lo sperma di un donatore sono stati fecondati, e ognuna ha portato nel suo utero la figlia “genetica” dell’altra.

Le bambine nate hanno quindi due mamme, di cui una genetica, che ha dato l’ovocita, e l’altra che l’ha portata in grembo, e l’ha registrata all’anagrafe a suo nome. Non hanno padre, legalmente.

Un fatto come questo scardina tutti i rapporti umani naturali esistenti dagli albori dell’umanità. Significa che quel rapporto uomo-donna su cui si basa L’UMANO non è più un dato di fatto oggettivo, un’esperienza umana fondante, ma una delle possibili varianti dell’umanità.

Tecnicamente, un bambino oggi può avere fino a sei genitori, di cui tre fornitori del patrimonio genetico (una donna fornisce l’ovocita, un’altra i mitocondri dell’ovocita, un maschio lo sperma, e quindi il patrimonio genetico del bambino proviene da tre persone), e poi una terza donna mette a disposizione l’utero, una quarta sarà la madre “sociale”, che lo registra all’anagrafe come figlio suo, insieme ad un secondo maschio, il sesto genitore, che sarà il padre sociale.

Qual è l’esperienza elementare di questo bambino? Quale è la sua “certezza morale” o “certezza esistenziale”?

Immaginiamo di raccontare a questo bambino l’esempio che ci faceva Don Giussani per spiegarci la “certezza morale”: se vai a casa e tua madre ti dà il risotto, tu non ti poni il problema di analizzarlo per verificare se è avvelenato, prima di mangiarlo, sarebbe irragionevole. Per il bambino con sei genitori, invece, il problema è capire se ha una mamma e chi è, prima ancora del risotto potenzialmente avvelenato, o no. L’esempio non vale più. (E chi conosce il libro “il senso religioso”, può provare a scorrere il testo e domandarsi quali degli esempi valgono ancora per il bambino con sei genitori).

Non è una questione di “valori” – il valore della famiglia, il valore della vita – ma sono in gioco i fondamenti dell’antropologia.

Paradossalmente possiamo dire che il problema non è l’aborto o il divorzio: che l’aborto fosse un grande male lo sapeva anche Ippocrate, e la fedeltà coniugale senza l’esperienza cristiana è un’eroica eccezione. Adesso aborto e divorzio sono praticati su larga scala, ma fanno parte della carne e del sangue dell’esperienza umana, così come le guerre, gli omicidi, e tante altre manifestazioni del male che la storia dell’uomo conosce, da sempre, e che il cuore dell’uomo – queste sì – pure riconosce.

Ma lo scardinamento del rapporto uomo-donna e la possibilità di creare la vita in laboratorio in forme nuove, e di disporne, questo no, non è mai successo. Così come l’eutanasia – l’uccisione per pietà – c’è sempre stata, più o meno, mentre non si è mai teorizzato il diritto a morire, la scelta di morire quando si vuole.

Mentre per quelli della mia età i sei genitori possibili sono aberrazioni evidenti, dobbiamo essere consapevoli che per i nostri figli e nipoti questa sarà una variante dell’esperienza umana, e anche se non sarà la loro esperienza personale, sarà quella che vedranno nei compagni di scuola, o in televisione. E quanto resisterà, il loro “cuore”?

Non sono solo temi etici, insomma, quelli di cui abbiamo parlato, ma le fondamenta dell’umano. Non sono i “valori” ad essere in gioco, e la differenza fra la Spagna e l’Italia non è che loro hanno Zapatero e noi solo Prodi; la differenza è il Card. Ruini, che ha capito che siamo di fronte a una questione epocale, la questione antropologica. Ed è stato in grado di affrontare la situazione in modo adeguato ed efficace.

La libertas ecclesiae è in pericolo quando si impedisce o si rende comunque difficile il paragone con l’esperienza elementare, perché in questo modo si impedisce l’esperienza cristiana.

Credo che spesso la nostra idea di “libertas ecclesiae” sia legata agli anni passati, quando il problema era avere il diritto di cittadinanza, pubblicamente: appendere un volantino, mettere su il Banco Alimentare, fare le scuole libere. Ma adesso la situazione è cambiata, e non è più questo il problema.

Si potrebbero dire molte altre cose, ma per ora mi fermo qua.

Credo sia importante cominciare a riflettere su tutto questo, se vogliamo capire meglio cosa sta accadendo intorno a noi, e cosa significhi adesso la “libertas ecclesiae”.

giustizia a Teheran

28 Giugno 2009

La situazione in Iran sta peggiorando di ora in ora: continuano gli scontri in piazza e la polizia interviene pesantemente, oltre duemila le persone arrestate, spariti centinaia di oppositori del regime, probabilmente ingoiati dalle carceri degli ayatollah, oggi sono stati arrestati otto dipendenti iraniani dell’ambasciata inglese. Ci sono morti, non si sa quanti.

 La gente continua a protestare come può, per esempio lanciando in aria palloncini verdi, o cantando di notte sui tetti delle case, mentre arrivano i miliziani basiji che irrompono nelle abitazioni, sfondando le porte, spaccando gli interni. Video drammatici documentano tutto questo, per esempio qui, qua o anche qua.

Ma per tutto questo non si scaldano i cuori in Italia (e in Europa), c'è indifferenza, ed io lo trovo terribile.

Certo, nessuno degli oppositori di Ahmadinejad è particolarmente liberale, neppure quel Moussavi per il quale tanta gente in Iran sta manifestando.

Ma c’è un popolo che lotta per la propria libertà, – e come suona retorico scrivere queste parole, sembrano descrivere di qualcosa di antico, anzi, di vecchio – e vuole almeno che il proprio voto sia rispettato, pur con tutti i limiti di votazioni come quelle iraniane.

E l’Occidente sta a guardare. Non mi riferisco alle istituzioni, e neppure ai media, che stanno facendo bene il loro lavoro, ma all’opinione pubblica.

A Roma, in piazza Farnese, c’è stata una piccola manifestazione qualche giorno fa, organizzata dal quotidiano “il riformista”. Saranno stati massimo in duecento, e non c’è stata nessuna eco.

Ma dove sono i pacifisti? Perché non si mobilita il tavolo della pace, quella della marcia Perugia-Assisi? Nel sito di riferimento si sono limitati a riportare un paio di articoli tiepidi. Eppure dovrebbero traboccare di preoccupazione, indignazione, iniziative.

E perché per esempio ad Assisi, dove si è manifestato tanto per la pace, soprattutto in segno di amicizia verso l'Islam, a nessuno viene in mente di organizzare una manifestazione per quell'Islam che adesso chiede libertà?

Il 14 ottobre 2001, a un mese dall’attacco alle torri gemelle a New York, parteciparono in 250.000 per dire no alla guerra in Afghanistan.

Adesso tutto tace. Certo, non è una guerra fra stati, e soprattutto non si manifesta contro gli Usa, ma quanto sta succedendo in Iran potrebbe essere l'inizio di una guerra civile, il che non consola. E proprio le drammatiche immagini da Teheran ci stanno dimostrando – se mai ce ne fosse bisogno - che i musulmani non sono antropologicamente incompatibili con la democrazia: non ci sono ribellioni contro l’Islam, ma in nome dell’Islam (la rivoluzione è verde, perché verde è il colore dell’Islam), per la democrazia.

In questi giorni, per una strana ironia della sorte, nei giornali troviamo il ricordo di Woodstock: quarant’anni fa si celebrò il grande happening americano, mega concerto con mezzo milione di giovani, simbolo della cultura hippy e dei figli dei fiori. Tre giorni di pace e musica, adesso c’è pure un museo, ecco qua le foto.

Leggevo gli articoli, guardavo le foto, e pensavo: mezzo secolo di predicazioni e manifestazioni pacifiste, e poi quando veramente un popolo si ribella e viene represso sanguinosamente, tutti stanno zitti, nessuno reagisce, neanche un corteo - figurarsi un concerto - per i ragazzi e le donne di Teheran.

Che tristezza. Ma c’è ancora qualcuno che chiede giustizia? 

Pagine

Subscribe to stranocristiano.it RSS