Eluana, un anno dopo. Uno
febbraio 9th, 2010 Posted in Uncategorized
Avvenire 9 Febbraio 2010
AL SUO FIANCO
«Lei, creatura. E l’evidenza della sua vitalità»
Marina Corradi
Madre, «se per qualcuno è morta, lasciatela a noi che la sentiamo viva» : furono le vostre sole parole un anno fa. Per molti Eluana era solo un corpo vegetante. In quale modo voi la sentivate viva?
«Che fosse viva – risponde la suora – era un’evidenza, e non solo perché respirava naturalmente, senza alcuna macchina. Pensi a un bambino neonato: non capisce, non parla, non risponde, ma forse non è una evidenza che è una persona? E quel solo suo essere vivo, non dà gioia?»
Le risponderebbero in molti: un bambino cresce e va verso la vita, Eluana era lì da tanti anni immobile, assente…
« Non era così totalmente inerte e assente. Quando la si chiamava per nome reagiva con una quasi impercettibile agitazione che però noi, abituate a starle accanto, coglievamo. E la sua pelle, sembrava assaporare le carezze. Certo sperare in un miglioramento non era immaginabile, a meno di chiamare questo miglioramento ‘ miracolo’. Però Eluana era viva. Quando l’altro giorno ho sentito delle ricerche riportate dal New England Journal of Medicine su quei pazienti in stato vegetativo in cui alcune aree cerebrali reagiscono agli stimoli, mi sono chiesta se anche lei non poteva essere in simili condizioni» .
Com’era concretamente la giornata di Eluana, come viveva in quella stanza al secondo piano?
«Molti si immaginano una camera di rianimazione, un corpo attaccato a una macchina. Qui non c’era nessuna macchina. Eluana respirava naturalmente. Al mattino veniva lavata, e per tagliarle i capelli ogni tanto veniva un parrucchiere. Era una donna fisicamente sana, bella, non magra, mai ammalata, con una pelle rosea da bambino. Dopo l’igiene c’era la fisioterapia, poi veniva messa in carrozzella, se c’era bel tempo si andava in giardino. A Natale, l’avevamo portata in chiesa con noi» .
È la vita che fa oggi in una di queste stanze un altro paziente nelle stesse condizioni. Nella sua camera però si alternano la moglie e i parenti e gli amici, in una rete di affetti. Eluana, di visite non ne riceveva quasi: negli ultimi tempi il padre aveva ristretto la cerchia delle persone ammesse a vedere la figlia. Suore, infermiere e medici le erano però sempre accanto. Suor Rosangela, soprattutto. E non smettevano di parlarle, come si parla a una persona viva. «Quel giorno che è stato annunciato che venivano a prenderla – riprende suor Albina senza guardarci, come fissa nel suo ricordo – noi non ci credevamo. Era stato minacciato tante volte, e non era successo niente. Quel pomeriggio invece è arrivato il padre, e mi ha detto che Eluana se ne andava. L’ho pregato: ci ripensi, per favore, signor Englaro. Lui non ha risposto, ha salutato e se ne è andato. Mi è sembrato in quel momento un uomo pietrificato dalla sua stessa scelta» . E in quella notte di pioggia, ricorda la suora, «Eluana sembrava all’improvviso agitata. Sono arrivati gli infermieri. Noi le parlavamo, le ripetevamo di stare tranquilla. Le dicevamo che andava in un posto in cui le volevano bene» ( di nuovo la voce della suora si incrina). « Le abbiamo dato un bacio. L’hanno portata via» .
L’assedio dei giornalisti, il lampeggiare dei flash, l’Italia ammutolita a guardare. E qui quella stanza abbandonata. Le fotografie e i quadri alle pareti, i due peluches sul letto ( il terribile vuoto delle stanze di chi se ne va per sempre). E le quattordici Misericordine di Lecco a aspettare, insieme a tutta la loro congregazione: a pensare a quella ragazza, per quindici anni come una figlia, che andava a morire di sete e di fame. Quelle donne, a pregare. Madre Albina tace, le parole non possono bastare. Dice solo, pensando all’ultimo saluto: «Ho pensato che la Via Crucis la si fa da soli. Anche il Signore, quel giorno, si è trovato solo» . Dai corridoi intanto, dalle stanze, il sommesso rumore di un ospedale quieto e affaccendato: carrelli che passano, telefoni che suonano, voci. (Qui e altrove, in chissà quante case di cura, quanti malati ogni giorno, passivi in un letto, vengono lavati, curati, alimentati come Eluana? Non in stato vegetativo magari, ma semplicemente persi nella demenza o nell’Alzheimer; o nati incapaci, e per sempre incoscienti e bambini? Li curano, li accudiscono nell’antica certezza quasi tacitamente tramandata dal cristianesimo: sono persone. Ma, pensate a un mondo di questa certezza dimentico, che rivendicando libertà, diritti e ‘dignità della vita’ mandi gli inermi a morire, come Eluana. E poi come su Wikipedia affermi di lei: morta ‘per morte naturale’).
Madre, lei cosa risponderebbe a quelli, e sono tanti, che dicono: se toccasse a me d’essere immobile e incosciente in un letto, fatemi morire?
«Direi di pensarci davvero. Senza fermarsi a immaginare astrattamente ciò che non sanno. Perché organizzano una vita da malati di cui non hanno alcuna esperienza. E una morte, di cui sanno ancor meno» .
Una pausa. « Perché, vede – e qui la suora sembra riprendere energia e speranza – certi pazienti come Eluana bisogna vederli con i propri occhi. Non immaginarli soltanto: perché allora prevale la paura. Vederli come sono, vivi, in una stanza piena delle loro cose, come una stanza di casa nostra; vivi e così indifesi, così inermi. Proprio come bambini neonati. Come si può non amare chi è così inerme e bisognoso di noi, anche se non capisce e non risponde? Come si può non amare un bambino?» . E c’è in questa domanda la chiave della dedizione delle Misericordine a Eluana, e di tanti altri, a tanti altri sconosciuti malati. Un amore per la vita non astratto, ma che attinge alla sorgente di una maternità profonda, e più grande di quella carnale. Dove un padre ha giudicato che quel modo di vita era intollerabile, non degno, delle madri per quindici anni hanno abbracciato: grate di un fremito della pelle, grate comunque di quel respiro. Come due diversi sguardi sul mondo si sono incrociati sopra a questa tranquilla clinica di Lecco. Poi, quella notte, l’ambulanza è partita e Eluana se ne è andata. Altri come lei, forse, arriveranno. E suor Albina e le sue sorelle e le infermiere li cureranno. Serene, certe. Come dicendo, nella forza pacata delle loro facce: «Non vedete? È un’evidenza, che sono vivi».



8 Responses to “Eluana, un anno dopo. Uno”
By bob on feb 10, 2010
E del resto dopo la pessima figura di Amicone di ieri sera su La7, in qualche modo i teocon devono rifarsi….
By Vittorio on feb 10, 2010
Che splendida testimonianza, grazie!
Vittorio
By Marcello Santi on feb 10, 2010
INTERVISTA AL PROF. GIULIANO DOLCE
«Ci può essere un protocollo su come guarire una polmonite, ma non su come far morire. Eluana è morta soffrendo. Se non ha sofferto era molto sedata e qui i limiti con una eutanasia si confondono». Questo è il giudizio del professor GIULIANO DOLCE, il medico che nel gennaio del 2008 visitò Eluana Englaro. Riscontrando una serie infinita di contraddizioni in tutta la vicenda che ne decretò la morte per sentenza. Nonostante fosse palese che Eluana fosse viva e che persistesse in lei una «coscienza sommersa». Il professore racconta la sua esperienza e le sue impressioni a ilsussidiario.net
Secondo lei Eluana è morta invano?
Il mio timore è che non si sia capito che lo stato vegetativo non è di destra o di sinistra. Vorrei invece che fosse la misura della civiltà del nostro popolo. Alla domanda: si può vivere in questo modo?, tutti direbbero di no, ma la loro è vita e non possiamo abbandonarli. Esaurita la fase cronica le cure cessano e il malato è guarito. Può aver perso delle funzionalità e avere disabilità gravi, ma è un disabile, non un ammalato. Non chiede niente e ha bisogno di tutto. Me ne devo fare carico. E mantenerlo fin che muore per vie naturali.
Lei non ne fa dunque una questione di fede.
Non c’entra niente la fede. C’entra che da persona civile accudisco un’altra persona che non può farlo da sé. Costa allo stato cento euro al giorno o 200mila euro l’anno? Si tratterà di fare un uso più razionale delle risorse. Quelle stesse risorse con le quali magari lo stato compra tre elicotteri che costano cinque volte di più. Se uno invece di essere come Eluana è un disoccupato o un emarginato, un «ramo secco» della società, facciamo fuori anche lui?
By Coc on feb 10, 2010
bob, Michele e compagnia bella, ma possibile che non riuscite davvero a capire?
By Michele on feb 10, 2010
Sul giornale locale è apparso ieri uno scritto di un consigliere regionale, scritto è stato dato questo titolo “Eluana, un anno dopo: l’hanno uccisa”.
Mi permetto di postare qui la risposta che ho inviato al giornale medesimo: vediamo se la pubblica.
Intanto la sottopongo a voi, come stimolo al dibattito (dibattito: sì, insomma, la solita gragnuola di ingiurie e contumelie degli stranicristiani).
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Gentile Direttore,
l’intervento del consigliere regionale PdL Pino Morandini (L’Adige del 9 febbraio) stimola tre osservazioni.
La prima. Morandini fa parte dello stesso partito che, nella fase finale della vita di Eluana Englaro, era saldamente al governo con una maggioranza assoluta. Ebbene, questo governo non è stato in grado di approvare una legge che, per usare lessico, soprattutto mentale, morandiniano, avrebbe impedito che E.E. fosse uccisa di fame e di sete. Nello stesso periodo, però, quello stesso governo è riuscito, e in meno di un mese, a far approvare il Lodo Afano, quello che ha salvato invece la vita (politica) del leader del PdL.
La seconda. Il consigliere Morandini fa parte di un partito che non ha mai cessato di attaccare con violenza la Costituzione, definita – di volta in volta – vecchia, da cambiare, filo-sovietica, ideologizzata. Decenza vorrebbe che il consigliere Morandini evitasse oggi di citare l’art. 3 di quella stessa Costituzione alla quale il leader del suo partito vorrebbe riservare, più o meno, lo stesso trattamento che il più fedele alleato di governo utilizza per la bandiera italiana: per pulirsi il culo (sono le parole testuali dell’on. Bossi: spero che almeno si possano ancora ricordare).
Infine. Il consigliere Morandini fa anche sfoggio di sublime carità cristiano-costituzionale, là dove ricorda che “la dignità umana è la stessa in ogni essere umano per il solo fatto di esistere, indipendentemente dalle sue condizioni e dalla sua razza”. Bene: dov’è il consigliere Morandini, quando le strade dell’Italia tutta sono percorse da torme di disperati, laceri e affamati, costretti a dormire al gelo e senza la minima speranza di una vita appena appena decente ? Dov’è l’attenzione verso i più deboli del consigliere Morandini (e dei suoi alleati leghisti, simpaticamente razzisti e xenofobi), di fronte ai mille drammi dovuti anche della macelleria sociale ed economica del suo governo, di fronte alla marea montante di sfruttati per pochi denari? Non mi sembra di averlo mai visto (mi correggerà se sbaglio) accorarsi per i barconi dei disperati, per gli zingari bruciati nelle roulotte e per la dignità sfregiata e massacrata di tanti suoi simili, che dovrebbero pure essere suoi fratelli, se solo ponesse mente a quello che la sua fede religiosa predica.
Non dico mica che debba prendere alla lettera le parole del Vangelo sulla carità e sull’amore (di solito, i cattolicisti à la Morandini prendono alla lettera le parti del Vangelo che fanno loro comodo e interpretano con acutissime distizioni le parti meno comode): ma insomma, una dose omeopatica di pudore e di coerenza non guasterebbero.
Ma lo so, è più facile limitare la propria sedicente carità e le proprie pelosissime attenzioni alla vita prenatale e a quella post-agonica: di quegli ottant’anni che, per solito, separano questi due estremi, ho la netta sensazione che al consigliere Morandini importi pochino. O, a mio sommesso avviso ovviamente, ancora meno.
Cordialmente, ecc. ecc.
Ciao a tutti,
Michele
By Fabio on feb 10, 2010
Grazie, veramente grazie alle suore di Lecco per la bella testimonianza e per tutto quello che di bene hanno fatto in tanti anni alla povera Eluana.
By Ceccus on feb 11, 2010
Preziosissima Assuntina!
Grazie