a cura di Assuntina Morresi

Tien An Men e l’università

ottobre 15th, 2009 Posted in Uncategorized

Una volta tanto vi segnalo un pezzo da “L’Unità”. Si intitola: memorie di sangue a vent’anni dal massacro, e si può leggere la testimonianza di chi vent’anni fa combatteva per la libertà, in Cina, a Pechino, in Piazza Tien An Men.

All’interno dell’articolo è segnalato un sito, nel quale sono raccolte molte foto delle dimostrazioni delle settimane precedenti, della rivolta, e poi della fine.

Le foto delle dimostrazioni sono veramente belle: una grande festa, nella piazza immensa. Una grande statua della libertà. Tanti giovani. E poi, la sanguinosissima repressione. La violenza. E il silenzio del regime, che ha cercato di far dimenticare tutto.

Ma almeno una foto non l’abbiamo dimenticata: quella del ragazzo che, da solo, aveva fermato una fila di carri armati. Nessuno è ancora riuscito a capire chi fosse, e che fine abbia fatto. Qui trovate le foto e, soprattutto, il video straordinario che mostra la scena per intero.

Vent’anni dopo Tien An Men, in tutt’altro scenario, abbiamo visto Neda e i ragazzi di Teheran lottare e morire per la libertà (anche se sappiamo bene che il politico sconfitto che loro sostenevano non era certo un democratico come lo intendiamo noi).

A Tien An Men, vent’anni fa, e a Teheran, adesso, – con tutte le differenze del caso - la lotta non è per il pane, ma per la libertà e per la verità, perchè ogni dittatura – da quella comunista a quella iraniana – esiste solo perchè non si è liberi di cercare e dire la verità, ogni dittatura si basa sulla menzogna.

“La verità è più importante del pane” era la conclusione di un manifesto che circolava vent’anni fa, per ricordare i ragazzi di Tien An Men (a proposito, qualcuno si ricorda il testo intero? erano le parole di un ragazzo che si rivolgeva a sua madre).

Neda è morta il 20 giugno 2009. Le dimostrazioni a Tien An Men iniziarono il 15 aprile 1989, e finirono nel sangue meno di due mesi dopo, il 4 giugno.

A giugno di quest’anno – per non parlare di adesso – nella mia università a Perugia, di tutto questo non c’era traccia: né una foto, un volantino, un manifesto, un incontro, che so, una messa: niente di niente. Di Teheran o in memoria di Tien An Men, intendo. O se qualcosa è stato fatto, in università, era talmente riservato che la maggior parte della gente non se ne è accorta. Non so cosa sia successo nelle altre università: dubito che sia andata diversamente (ma se fosse veramente successo qualcosa di diverso, fatemelo sapere, ne sarei contenta).

Dico questo perchè se neppure in università - il non plus ultra della libertà, della riflessione e del pensiero, dove dovrebbero stare la gioventù più vivace, quella che un domani dovrà guidare il nostro paese, e i docenti più attenti e curiosi verso la realtà tutta  - si trova qualcuno con una benchè minima reazione, anche primitiva, a notizie e a immagini come quelle di oggi da Teheran e al ricordo di piazza Tien An Men, se si riesce a rimanere indifferenti e a continuare tutte le nostre cose come se niente fosse, allora, mi spiace, è perfettamente inutile parlare di riforme, di aumento di finanziamenti per la ricerca, di classifiche, e via dicendo.

Dovremmo piuttosto piangere sulla fine dell’università. O almeno fermarci un momento, e cominciare a farci qualche domanda.

  1. 5 Responses to “Tien An Men e l’università”

  2. By Ceccus on ott 15, 2009

    Eh sì, anche qui gli ebrei ci insegnano molto: il valore della memoria.
    La memoria che recupera e rende attuale ciò che è successo. Manca forse la coscienza di essere un popolo.
    “Libertà vo cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. (Dante)

  3. By Orsobruno on ott 16, 2009

    La potenziale generosità e apertura di molti giovani non diventa atto da sola. Molto eccezionalmente.
    Di solito il passaggio potenza –> atto è dovuto a un gruppo di adulti significativo, che faccia da catalizzatore alle energie buone dei giovani.
    Il ‘68, senza darne ora nessun giudizio, è stato fatto dai giovani, ma ispirato e permesso dagli adulti. Per essere semplificatori, Marcuse viene prima di Mario Capanna.
    Ora, se gli adulti, con una ottusa riforma universitaria triennio + biennio, trasformano l’università in un esamificio; e per di più mostrano di sbattersene integralmente di Cina, Iran, Venezuela (parlo in particolare di docenti universitari), che volete che facciano gli studenti? Se ne sbatteranno anche loro. Quasi sempre, il giovane è (potenzialmente) generoso, ma gregario. Avrà anche un significato evolutivo, non so, ma è così.
    Parliamo di università. Tagliamo gli ipotetici aumenti di finanziamenti? Sbaglierò, ma non mi sembra la strada.
    Piuttosto prenderei i docenti e i ricercatori universitari e chiederei loro: “Comode queste poltroncine per scaldare i vostri sederi, mentre giorno per giorno il vostro punteggio cresce? O l’Università è anche qualcos’altro?

  4. By Paolo on ott 16, 2009

    “Madre, tu mi hai nutrito perché studiassi, per aiutare il mio paese lavorando con sapienza. Ma oggi guardami, e cerca di capirmi: io sciopero, perché la verità è più importante del pane. In realtà, invisibili e sotterranee, le gerarchie ci sono, come le parole d’ordine e le strategie. E ci sono i capi. Sempre nove, cambiano rapidissimamente, perché il potere non li riconosca e dunque non possa punirli, il giorno in cui la marea si ritirerà.”

  5. By dav on ott 16, 2009

    bellissimo pezzo.davvero. anche io penso ai sacrifici dei miei genitori per darmi la libertà di studiare, e spero di avere altrettanta forza per i miei figli. e che vivano e studino in libertà e soddisfazione.

    posso rovinare tutto? che ne dice del pedinamento fatto da canale 5 al giudice della – allucinante (come dice lei) – sentenza CIR-Fininvest? non trova che siamo al “nemico pubblico”?

    grazie

  6. By Michele on ott 16, 2009

    Ciao.

    Quando sento parlare di Cina e di democrazia, mi torna in mente un raccontino che girava ai tempi del disgelo tra Cina e USA: vero o no che sia, conta davvero poco.

    Dicono che durante i colloqui tra Zhou Enlai e Nixon, questi facesse discretamente presente la situazione dei dissidenti politici cinesi, invitando il governo ad allentare la morsa che impediva la liberazione e l’espatrio dei prigionieri politici.

    Zhou Enlai ribatte prontamente a Nixon: “Benissimo, quanti ne volete, dei nostri dissidenti? Cinquanta milioni? Cento milioni? Se organizzate un trasporto, tempo un mese e le metto a disposizione i primo venti milioni di contadini, così se li potrà portare in America.”

    Narrano che Nixon bofonchiò qualcosa e spostò rapidamente il discorso su argomenti meno imbarazzanti, tipo il ping-pong.

    Questo per dire che (ma è una banalità, il ricordarlo) non posso che essere dalla parte di chi cerca libertà, autonomia e realizzazione: ma non si può nemmeno dimenticare che ogni nostro discorso deve fare i conti con principio di realtà.

    E la realtà è che la Cina è un paese enorme e sterminato, che in cinquant’anni è passato dal feudalesimo rurale al ruolo di superpotenza economica, finanziaria e nucleare; che i governanti cinesi hanno a che fare con un miliardi e due-trecento milioni di persone, di fronte ai quali le libertà occidentali sono solo parole che risuonano vuote e insignificanti.

    Non sto certamente giustificando i laogai o la politica del figlio unico: dico semplicemente che forse bisognerebbe, anche nei confronti della Cina, utilizzare lo stesso relativismo etico che i cattolici spandono a piene mani quando si tratta di giustificare i massacri dei catari o degli ugonotti: la difesa dell’ordine costituito non è una prerogativa impiegabile soltanto quando fa comodo a noi.

    Anche i valdesi sognavano la libertà, ma a quei tempi la libertà non rientrava nelle possibilità concesse né alle persone né alle istituzioni.

    Provatevi voi, a governare la complessità di un universo come quello cinese, e poi vediamo dove vanno a finire le belle intenzioni delle anime candide.

    In quanto all’Università che, secondo Morresi, dovrebbe essere “il non plus ultra della libertà, della riflessione e del pensiero, dove dovrebbero [sic!] stare la gioventù più vivace, quella che un domani dovrà guidare il nostro paese, e i docenti più attenti e curiosi verso la realtà tutta”, mi trattengo da uno sghignazzo.

    Lavoro (insegnandovi pure ogni tanto: sono un bibliotecario che si occupa anche di formazione) in Università da quasi vent’anni e non occorre essere dei geni per accorgersi che il livello culturale dell’insegnamento e quello sociale e politico di chi frequenta (da docente e da studente) è lo specchio dei corrispondenti livelli della società in generale. E se nella società dominano il consumismo, l’arrivismo e il culto dell’immagine, del successo e della furbizia, lo stesso accadrà inevitabilmente anche – se non prima – nelle istituzioni del “sapere”.

    E poi: hanno predicato per anni contro la politica in università; hanno trattato (solo per fare un esempio) da eversori e criminali gli studenti che – per me, modello di impegno critico e non omologato – hanno contestato il papa alla Sapienza; hanno rispolverato i fantasmi del Settantasette (una prece e un pugno chiuso, in memoriam) per i timidi movimenti della Pantera e dell’Onda: e adesso si lamentano del disimpegno!

    Ma, dico: forse il silenzio sarebbe più appropriato.

    E stendiamo un velo pietoso sulle false università di quartiere, sull’accavallarsi idiota di riforme (in un settore che avrebbe bisogno di decenni, per far sedimentare bene un’innovazione), sulla marea di corsi inutili e buoni solo alla moltiplicazione delle cattedre e delle relative poltrone, sulla ricerca da terzo mondo (date un’occhiata a Scopus o a Web of science, e poi ditemi).

    E decidetevi: se volete un’Università critica e consapevole, forse non va tanto bene formare i ragazzini a colpi di televisione decerebrata da una parte e a colpi di Sacri Valori Eterni, Immutabili E Non Negoziabili dall’altra parte.

    Consapevolezza, curiosità, autonomia intellettuale e morale, senso critico e coraggio ci vogliono, per fare l’Università: e davvero non mi pare che nell’agenda del berlusconismo (inteso come stile di vita e di pensiero, che voi cattolici sposate con una spensieratezza temprata appena dal relativismo del male minore) queste idee-fora stiano in cima.

    E neanche in fondo, a dire il vero.

    Bene, vi ringrazio dell’attenzione e dell’ospitalità.

    Michele

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