a cura di Assuntina Morresi

pacs, dico, cus, didore….anglinglo’?

settembre 21st, 2008 Posted in Uncategorized

Ciao a tutti,

per la prossima proposta proponiamo anglinglò, e pure tregallinetrecappò.  Ma, dico io, c’è qualcuno che sentiva la mancanza di una proposta di legge sulle coppie di fatto?  Noi no, e con noi un sacco di altra gente, comprese le stesse coppie di fatto che pare abbiano solitamente altri problemi, visto che appena possono, almeno la maggior parte, si sposano.

Eppure ci sono tante urgenze vere a cui pensare, per esempio quella dell’aggravarsi delle persecuzioni dei cristiani. “Cristianofobia, ingerenza umanitaria subito”, titola oggi Avvenire, con un editoriale in prima pagina: “le persecuzio­ni s’allargano a macchia d’olio, il numero dei martiri continua a crescere in Medio O­riente, in Asia ed in Africa, la caccia al cri­stiano è una folle e sanguinaria idea che tro­va sempre più seguaci”.

Ieri l’amministrazione degli Usa ha rivolto un appello al mondo politico e al governo indiano.  E l’editoriale conclude: “Ma è urgente che anche la vecchia Europa applichi il diritto d’ingerenza umanitaria nei confronti delle nuove e vecchie democrazie. L’occasione è a portata di mano: tra pochi giorni si terrà il vertice bilaterale Unione Europea-India. E’ troppo sperare che in agenda ci sia anche la questione delle violenze contro i cristiani?”.

In Asia c’è sempre meno libertà religiosa: lancia l’allarme l’aggiornatissimo Asia News, di Bernardo Cervellera, con un pezzo tutto da leggere, che riporta il drammatico rapporto del Dipartimento di Stato Usa sulla libertà religiosa nel mondo.

L’attentato terroristico di ieri a Islamabad ha mancato di poco l’anniversario dell’11 settembre. La sera dell’11 in tv in Italia solo La7 trasmetteva in documentario-reportage-inchiesta sull’attentato che ha cambiato il mondo. Inquietante. Iraq e Afghanistan non sono certo pacificati, l’Iran mostra i denti e anche la Russia, con la sua avventura georgiana, non lascia tranquilli. Però tutto questo appare come attutito, sullo sfondo, non sembra preoccupare più di tanto. Lo scorso 11 settembre poteva essere un’occasione giusta per fare il punto della situazione, invece pare sia scivolato via così. Speriamo bene.

Da ultimo, tutto il mio sostegno a Mariastella Gelmini, il Ministro dell’Istruzione. Non a caso, risulta dai sondaggi “la più amata” dagli italiani, mentre sui giornali leggiamo delle contestazioni che la seguono un po’ dappertutto, in questi giorni: ha fatto alcune cose semplici, chiare, condivise – il voto di condotta, il maestro unico – che tutti noi comuni mortali abbiamo capito bene e aspettavamo da tempo. Le contestazioni sono dei soliti noti: non temere, ministro, sulla scuola siamo con te!

Molto ci sarebbe da dire sull’università, invece. Ma non appena sull’operato della Gelmini a riguardo, piuttosto sul suo inesorabile essere lasciata a se stessa, da tanti, troppi anni, dopo la sciagurata e mai troppo criticata riforma del tre + due, di cui personalmente penso tutto il male possibile e anche di più. La situazione è surreale: sui media ogni tanto spuntano appelli, riflessioni, editoriali sul destino tragico dell’università. Ma sembrano voci isolate, soprattutto se le si paragona alla totale mancanza di una qualche riflessione collettiva e pubblica all’interno dei singoli atenei: ognuno di noi è pressochè travolto dalla miriade di cose da fare – lezioni, riunioni, e soprattutto tanta, tantissima burocrazia – e il massimo della riflessione si fa scambiando qualche battuta quando ci si incontra per le scale, o davanti alla macchinetta del caffè in dipartimento. Eppure c’è una domanda che urge: dove stiamo andando?

Buona giornata

Assuntina Morresi

  1. One Response to “pacs, dico, cus, didore….anglinglo’?”

  2. By Manuela on ott 15, 2008

    Ci sarebbe pochissimo da commentare, e replicare al caso di Eluana Englaro.

    Invece posso invece postare, questa assurda ed incredibile testimonianza, rilasciata pochi giorni addietro, da Salvatore Crisafulli (www.salvatorecrisafulli.it)un disabile gravissimo, che proprio sulla sua pelle ha vissuto un inferno, definirei una catastrofe atroce ed assurda, quest’uomo viveva da Vegetale sentenziato dai migliori luminari della scienza medica, invece (grazie all’amore è l’affetto della sua straordinaria famiglia, che mai lo abbondonò al suo destino, curandolo ed accudendolo nella propria casa), un bel giorno di Ottobre del 2005 riesce a raccontarci che nonostante fosse una “foglia d’insalata” lui sentiva e capiva tutto durante i due anni di prigionia del suo corpo, sentiva anche di avere fame e sete, altro che VEGETALE.

    Sicuramente l’esperienza di Salvatore Crisafulli dovrebbe essere conosciuta da tutti. Il Crisafulli dovrebbe fare in modo di scrivere un libro sulla sua esperienza, raccontando la sua atrocità di esperienza ed augurandomi anche che qualche produttore ne faccia poi un film televisivo.

    Più gente viene a conoscenza di questa straordinaria esperienza, più il mondo si muoverà.

    Ecco l’intervista da cui accennavo.

    Tratta da: http://www.ilgiornale.it

    La seconda svolta dell’anti-Welby: «Voglio lottare di nuovo per la vita»

    Intervista a Salvatore Crisafulli, che da 5 anni parla grazie a una macchina che legge i movimenti degli occhi.

    Uno schianto, e il corpo diventa una prigione. Salvatore Crisafulli ha 38 anni quando a Catania l’11 settembre 2003 un furgone dei gelati travolge lo scooter su cui viaggia col figlio. I danni cerebrali sono gravissimi, la diagnosi spietata: stato vegetativo permanente. Ma sua madre, e i fratelli Pietro e Marcello, non si rassegnano. Quasi due anni dopo Salvatore esce dal coma, e impara a comunicare grazie all’aiuto di un pc con gli occhi e i movimenti della testa. La rivelazione è da brividi.

    «Ricordo tutto di quando ero prigioniero», racconta, «la disperazione di non poter dire ai medici intorno a me che ero vivo, che le mie lacrime erano di paura, non un riflesso incondizionato».

    Lei è diventato una bandiera del diritto alla vita, nonostante la sua gravissima disabilità. Eppure sembrava che volesse gettare la spugna.

    «Ero stanco, disperato, andare avanti da soli con un’assistenza domiciliare quasi inesistente fiacca la volontà, toglie il desiderio di andare avanti. D’accordo con mio fratello volevo sospendere l’alimentazione e lasciarmi morire, come ho scritto nella mia lettera al premier Silvio Berlusconi».

    La stessa scelta di Piergiorgio Welby, che lei però a suo tempo ha contestato.

    «Sì, con Welby ci siamo scambiati delle lettere, ho tentato di convincerlo a continuare a lottare per la vita, l’ho implorato. Ma alla fine ho compreso e rispettato la sua scelta, dettata dalla disperazione di chi è abbandonato dalle istituzioni. Perché è una sensazione che purtroppo ho provato anche io».

    Eppure lei ha cambiato idea.

    «Sì, la risposta di Berlusconi, che mi ha consegnato il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, mi ha toccato. “Noi la aiuteremo, lei ci aiuti ad aiutarla e continui a combattere”, mi ha scritto. Ero così emozionato che ho avuto un malore. Stasera (ieri, ndr) ripartiamo per la Sicilia, con una nuova speranza. Una speranza che voglio condividere con quanti sono nelle mie condizioni. Le mie battaglie sono un punto di riferimento per tanti, siamo in contatto con 833 famiglie che hanno parenti in coma, in stato vegetativo o paralizzati».

    Cosa è cambiato con questo impegno del premier?

    «La lettera di Berlusconi ha aperto una nuova strada, è il segno che con la volontà del governo si può voltare pagina sui diritti per i disabili gravi. Mio fratello ha già parlato con il prefetto e con il sindaco di Catania, che hanno assicurato che faranno di tutto per garantire un’assistenza domiciliare adeguata. E so che Berlusconi e la Roccella seguiranno personalmente la situazione. Scrivendo la lettera speravo che qualcosa di smuovesse, ma non ci contavo troppo. Non mi era andata bene con il capo dello Stato e nemmeno con l’ex ministro Livia Turco. Tante belle parole ma pochi fatti. Ora aspetto di vedere se effettivamente arriverà un progetto di assistenza personalizzata, ma sono fiducioso perché Berlusconi si è esposto in prima persona e in grande sintonia con le mie convinzioni».

    Cosa non funziona nell’assistenza domiciliare a chi soffre di disabilità gravi?

    «Purtroppo quasi niente, eppure è un servizio sacrosanto ed essenziale. Qui in Sicilia è tutto appaltato alle cooperative, il personale è retribuito poco o niente, così spesso non lavora o lavora malvolentieri. Io per viaggiare uso un furgone attrezzato che è costato 33mila euro ai miei familiari. C’è un tale senso di abbandono e di indifferenza da parte delle istituzioni che persino io ero stanco e volevo farla finita. Perché è solo la disperazione che porta alla voglia di morire».

    E adesso cosa farà?

    «Adesso la vita continua, aspetto che alle parole seguano i fatti e poi continuo la mia lotta per la vita, e per il diritto alla vita. Sono convinto che, anche se si è bloccati in un corpo come sono io, con l’amore delle persone care e con la presenza assidua di psicologi, infermieri e personale qualificato, nessuno voglia morire». Non tutti la pensano allo stesso modo.

    Qual è il suo punto di vista sul caso di Eluana Englaro?

    «Ritengo quella sentenza agghiacciante, perché nessuno può sapere se Eluana sia in grado di capire o meno. Anch’io per i medici ero una foglia di insalata, ma sentivo fame, sete, paura. Solo che non sapevo come far capire ai medici che ero vivo, che capivo tutto. Sono stato in contatto con il padre di Eluana, rispetto il suo dolore e capisco la difficoltà della situazione. Ma quando dice che è stata sua figlia a decidere che avrebbe voluto morire in queste condizioni mi chiedo: cosa conta la volontà passata, se lei è prigioniera del suo corpo e non può comunicare, e magari nel frattempo ha cambiato idea?».

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